Il Miracolo della Madonna della Colonna

che, davanti alla Chiesa di San Leonardo, fece cadere sui ginocchi i cavalli (non dirò dei francesi perché costoro ci hanno rubato pure quelli) è ben noto ad ogni concittadino.

Assai meno conosciuto è l’antefatto, cioè la causa della circostanza che portò sin quassù  — nella cara SPIAZZETTA che sta per scomparire — la cavalleria napoleonica.

Mentre commemoriamo il centenario della liberazione della Patria dallo straniero, non sarà del tutto fuori luogo ricordarci d’un avvenimento svoltosi in Cupramontana (allora chiamata MASSACCIO) sessantadue anni prima del fatidico 1860.

Le imposizioni dei francesi ai cittadini del Massaccio

Miracolo della Madonna della colonna«Si era all’epoca in cui i cugini francesi, in fregola di égalité, fraternité etc. andavano rompendo l’anima per ogni dove e scorrazzavano per la nostra penisola angariandola».

I nonni degli avi nostri, già abbastanza scocciati da frequenti alleggerimenti — sia gallici che nostrali — (uno, di ori e argenti, ne aveva, di recente, comandato anche PIO VI, per mantenere l’ordine), si ribellarono ferocemente quando, sui primi del 1798, dall’esercito francese venne imposta al Massaccio una taglia d’un forte quantitativo di scarpe e camicie.

Per quanto poca volontà ne avessero, i dirigenti comunali si videro costretti ad impartire alla popolazione gli ordini del caso; ma avvenne che «per opera di alcuni cittadini, fra i quali primeggiavano: NICCOLÒ DOTTORI e GIUSEPPE SCORTICHINI detto SARRACCONE,fu sparsa la voce che non si dovesse dare niente a nessuno». Non solo, ma quegli energumeni minacciavano di morte sia il Magistrato che i consiglieri se non si fossero attenuti scrupolosamente a questo loro ordine. Il consiglio comunale tacque…. e da Jesi, per riscuotere la taglia, salirono una ventina di soldati francesi che furono appostati dalla GUARDIOLA «piccolo vano sulle RIPE contiguo alla Chiesa delle Monache, e sterminati a suon di schioppettate».

La battaglia contro le truppe francesi

Com’era facile prevedere, i francesi ritornarono su, e, stavolta, in forze di un intero battaglione.  Il quale, giungendo dalla strada di Maiolati, voleva entrar subito in paese attraverso la Porta di Poggio (l’arcoattiguo alla Chiesa di San Lorenzo) ma dovette presto desistervi a causa dell’accanita resistenza. Anzi proprio qui la seconda ondata francese ebbe il suo primo caduto: «un militare decorato, dal M. Pierre, che fattosi avanti, venne ucciso da un villano con tre colpi di greve roncola».

Il battaglione si divise allora in due ali di cui l’una andò verso gli orti dei Ferranti, dei Rossetti e degli Angelini; l’altra verso le CUPETTE, aggirando gli orti dei Cerioni, degli Agapiti, dei Leoni e dei Vecchiarelli, ma dovunque tentarono la scalata dei muri di cinta, vennero sanguinosamente respinti.

La lotta fu aspra dappertutto ma specialmente nei pressi delle case dei Ferranti e degli Angelini: «In casa Ferranti, in qualità di ministro c’era un prete di rustica razza, bravissimo cacciatore. Costui s’era munito di ben sedici fucili da caccia…. altrettanti contadini non dovevano fare altro che ricaricare i fucili esplosi». Il prete dalle finestre non faceva che tirare sui francesi i quali precipitavano perché i colpi non andavano mai a vuoto.  È poi da notare che così facendo persistette per lunghe ore,  siccome  ebbe in seguito a dichiarare al suo Vescovo per farsi assolvere dalle incorse censure e pene.

In casa Angelini c’era il suddetto Niccoló Dottori con tutti i suoi fratelli, i figli Angelo e Antonio, altri parenti e molti contadini.

I francesi tentarono d’entrare in paese anche per la via del MONTIROZZO (oggi non c’è più ne via ne Montirozzo) nonché per Santa Maria. ovunque trovarono fierissima ed invincibile opposizione. Così malamente accolti, i resti del battaglione ripresero la strada del ritorno. «Nel giorno della battaglia fatta contro li francesi — così è scritto nel IV libro dei morti della Parrocchia di San Leonardo — di Massaccesi ne morirono tre: David Sebastiano di anni 70, Stolfi Domenico di anni 50 e Tabani Giuseppe di anni 30. Di francesi ne morirono circa 200 tra quelli caduti in Massaccio e quelli che, feriti, vennero trasportati all’ospedale di Jesi».

I massaccesi cantano vittoria, ma …..

Molto sconsideratamante fu gridato alla vittoria e «Niccolò riverito qual generale, alla testa de suoi seguaci la maggior parte contadini, il giorno dopo — 30 gennaio — si impossessò del Municipio, della Posta e di quant’altro avesse attinenza col governo: bruciò e disperse molti documenti e carte, comandò da despota per due giorni e accrebbe del doppio la moneta (sic !). I suoi accoliti, approfittando che molte case erano rimaste vuote, perché parecchie famiglie, per la tema di una sicura rappresaglia contro il paese, erano fuggite, saccheggiarono quelle case».

Trascorse appena 48 ore, si venne a sapere che i francesi sarebbero tornati ancora in gran numero per distruggere il paese e darlo alle fiamme. «Allora i principali cittadini: i due Arcipreti — zio e nepote Cerioni — ; i quattro fratelli Menicucci; l’uditore Mancia; Sante Leonardi; l’abate Mondini dei monaci; l’abate Pietro Paolo Torelli; i Ferranti; i Ceccarelli; i Rossetti e i Leoni si consultarono sul da farsi. Stabilirono che l’uditore Mancia andasse incontro alla truppa per implorar grazia. Tra la cavalleria e fanteria la truppa ammontava a ottomila uomini (altro documento dice novemila), era condotta da tre generali: De Sai, Rey e Lallebasquette, era fornita di quattro cannoni.

Il Mancia la raggiunse nella piazza di Jesi, si buttò in ginocchio davanti al generale capo baciandogli la mano. Istruitissimo e facondissimo qual’era, in purissima lingua francese perorò in modo da commuovere il generale, tanto che questi, fattolo alzare, promise una condanna più mite. Stabilì che il paese fosse abbandonato per tre giorni alla discrezione della truppa che poteva così prendervi tutto ciò che volesse, i soldati potavano anche spogliare le case ove non fossero chiuse (non si capisce bene che cosa vuol dire). Inoltre «Allo sparare di un solo fucile il paese sarebbe stato dato senz’altro alle fiamme». Intanto Niccolò se la squagliò con i suoi prodi.

I francesi occupano il Massaccio

Ecco ora la descrizione dell’arrivo dei francesi fatta da Francesco Manganelli, l’eccellente segretario comunale a cui si deve il racconto e la documentazione dell’avvenimento. «Era da poco alzato il sole del giorno 2 febbraio 1798, — che resterà sempre memorabile ai Massaccesi — quando cominciò a giungere l’avanguardia dei francesi e poco appresso il paese era tutto ripieno: Piazze, Vie, Vicoli, case e Chiese riboccavano. I tre generali furono alloggiati in casa Ferranti, gli altri ufficiali nelle case dei signori».

Il miracolo della Madonna della Colonna avvenuto il 4 febbraio 1798

Il miracolo della Madonna della Colonna avvenuto il 2 febbraio 1798«Volevasi a tutti i costi far entrare nella Chiesa di San Leonardo, ma per quanto fossero spronati non vi poterono entrare perché tutti cadevano sul limitare. L’Arciprete Gio. Angelo Cerioni, ch’era sulla porta, gridò al miracolo, il quale dal paese tutto si ascrive e si dice ottenuto dalla Madonna della Colonna che si venera in detta Chiesa fin dal 1492.

Era venuto quella mattina in Massaccio tal Balestra Gaspare di Poggio Cupo (attuale Poggio Cupro). Nel ritornare al suo paese, incontratesi colla truppa, venne da alcuni soldati fermato e frugato addosso; trovatagli nelle tasche qualche macchia di polvere da sparo, i soldati sospettosi lo condussero innanzi ai generali. Per ordine di costoro venne legato ad una delle colonne del loggiato comunale e ivi fucilato (Vedi il Libro IV dei Morti citato sopra). L’infelice Balestra che si ritiene da tutti innocente, mentre veniva legato chiese a gran voce i soccorsi della religione e l’assoluzione vennegli data, da una finestra dei Ferranti, da quello stesso prete che aveva ucciso tanti soldati. I generali ritenendo che l’affronto fosse partito specialmente dai preti, volevano soddisfazione col punirli colla morte. E presero ostaggi.

Il primo fu l’Arciprete Cerioni, già ottuagenario; il secondo fu il Canonico Don Romualdo Cini e il terzo Dannano Angelini ch’era uno dei Magistrati. Furono tradotti nella Chiesa di San Giovanni, attigua alla casa Ferranti. I due sacerdoti furono chiariti innocenti. L’Angelini alle diverse interrogazioni a lui rivolte, non si stancava di gridare i francesi ladri e turbatori di pace. I compaesani che si trovavano presenti, tentavano di scagionarlo col dire ch’era matto. Però fu a tutti gran ventura che i francesi, compiuti i tre giorni del prestabilito saccheggio, dovettero partire in fretta e furia alla volti di Cingoli in ribellione, e pertanto gli ostaggi furono liberi. Il Cini che era molto civile (sic !) e di nobile famiglia, costretto a stare per tre giorni e tre notti nella detta Chiesa, di fresco imbiancata, si acciecò e mori pochi mesi appresso».

L’aspro saccheggio, durato settantadue ore, ridusse il paese in deplorevoli condizioni: venne spogliato, oltre che di denaro, di viveri e vestimenta etc. Il Comune rimase oppresso da debiti enormi per aver dovuto mantenere tutta la truppa. Il danno sofferto in quella triste memorabile circostanza ammontò a scudi sessantamila (il che tradotto in lirette d’oggidì — il libretto è stato scritto dal Capogrossi intorno al 1950 — farebbe, se non erro, trecento milioni). Come se ciò fosse poco, venne imposta al nostro Comune una ingentissima somma …. di cui però, dopo vive istanze fatte dai Magistrati al Console Reppi in Roma, tramite il sui segretario Sante Leonardi, nostro concittadino, si ottenne completa esezione.

Niccolò Dottori e Giuseppe Scortichini, capi e sollevatori di tutto il disastro, furono arrestati e tradotti a Jesi, ma a seguito di suppliche avanzate alle competenti autorità, nelle quali dichiaravansi colpevole della sollevazione, vennero graziati. Il prete che aveva ucciso tanti uomini, visse nascosto e morì di morbo pedicolare.

Si è sempre sentito dire che i caduti dell’esercito francese venissero sepolti nel campo situato dietro la casa dei Ceccarelli …. certo è che il sottoscritto il quale da ragazzino frequentava quel campo, ricorda d’avervi veduto più di una volta, affiorare delle ossa umane.

Finalmente, a memoria perenne del fatto e del Miracolo ottenuto, una sessantina d’anni dopo, nella Chiesa di San Leonardo e precisamente a sinistra dell’altare della Madonna della Colonna, venne posta la seguente iscrizione dettata dal canonico Prof. Don Antonio Zannotti:

DEIPARA

IMPETUM GALLICI EQUITATUS

LATROCINIO INFANDO EXULTANTIS

AD LIMINA HUIUS TEMPLI COMPESCUIT

IV NONAS FEBRUARII MDCCIIC

Dal libretto di Giuseppe Capogrossi edito intorno al 1950

 

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